E così anche lei sta aspettando…

Sala d’attesa per pensieri di burro

Sapere ma non sentire Marzo 19, 2007

Archiviato in: Uncategorized — katres @ 4:47 pm

La storia di Elliot, pseudonimo con cui viene designato da Antonio Damasio nel libro L’errore di Cartesio, è quella di un uomo di mezza età, un avvocato brillante e un marito premuroso, che dopo aver superato un delicato intervento per l’asportazione di un tumore al cervello ha subito dei cambiamenti radicali nel comportamento sociale. Questo caso illustra la stretta relazione che intercorre tra l’elaborazione dei processi di ragionamento attivi nel’atto di decisione e le cortecce prefrontali del cervello.
I danni riportati da Elliot avevano interessato proprio il settore ventromediano di tali cortecce (il tumore era cresciuto sopra le cavità nasali e sopra il piano formato dal tetto delle orbite, spingendo così su entrambi i lobi frontali), tanto da impedire allo stesso Elliot di porsi come un «essere sociale efficiente». Tuttavia, sottoposto a numerosi test di intelligenza, Elliot mostrò di non aver perso le capacità comunemente attribuite ad un uomo sano e intelligente, come si legge nel testo di Damasio:
“In breve, erano integre la capacità percettiva, la memoria del passato, la memoria a breve termine, l’apprendimento di nuovi contenuti, il linguaggio e la capacità aritmetica; anche l’attenzione, cioè la capacità di concentrarsi su un particolare contenuto mentale escludendo gli altri, e la memoria operativa [...].”
Il caso di Elliot si faceva tanto più singolare, quanto più i risultati dei test, cui egli veniva sottoposto dallo stesso Damasio, registravano un’intelligenza nella norma.
Da tutti questi test, Elliot emergeva come un soggetto dotato di intelletto normale, ma non capace di decidere in modo appropriato, specie quando la decisione riguardava questioni personali o sociali.
Ma quello che all’improvviso creò un ponte tra il ruolo delle emozioni e la mancanza di capacità decisionale in Elliot, apparve spontaneamente durante un esperimento. Damasio scrive:

“Il mio collega Daniel Tranel aveva compiuto un esperimento psicofisiologico nel quale mostrava, ai soggetti, stimoli visivi capaci di suscitare emozioni: per esempio, immagini di edifici che crollavano durante un terremoto, di case distrutte da incendi, di persone ferite in incidenti sanguinosi o sul punto di annegare vittime di alluvioni. Quando interrogammo Elliot dopo una delle molte sedute di esame di tali immagini, egli dichiarò apertamente che il suo modo di sentire era cambiato, dopo il male: avvertiva come argomenti che prima avevano suscitato in lui una forte emozione ora non provocavano più alcuna reazione, né positiva né negativa.
Stupefacente! Provate a immaginare quel che era accaduto: provate a immaginare di non sentire piacere quando contemplate una pittura che vi piace, o quando ascoltate uno dei vostri brani musicali preferiti. Provate a immaginarvi completamente privati di tale possibilità, e tuttavia ancora consapevoli del contenuto intellettuale dello stimolo visivo o sonoro, e consapevoli anche del fatto che una volta vi dava piacere.
Sapere ma non sentire
: così potremmo riassumere la infelice condizione di Elliot.”

 

Rinascere Marzo 19, 2007

Archiviato in: Personale nostalgia del presente — katres @ 3:42 pm

In un altro secolo, quando le donne venivano ritratte solo se erano piene e dolci nelle forme. In un’altra tribù, dove i criteri per cui una coppia “si trova” sono semplici e primitivi, legati solo a questioni di fertilità. In un’altra situazione, anzi no. Nella stessa situazione con qualche variabile un po’ più costante. O forse il contrario.
In un’altra vigilia importante, fra qualche anno, che segni l’arrivo di un numero inferiore a quattro.
In un’altra notte. In un’altra parte della torta, dove sai che il numero di fette è un numero finito che non prevede eccezioni in cui una fetta compare all’improvviso, dolce e ancora più calorica, buona e dolorosa sui fianchi che si allargano. In un altro punteggio percentuale, quello in cui hai finalmente la possibilità di riscattarti. In un’altra storia, in cui, piuttosto che scrivere di una porta chiusa a chiave, sogni la porta che di una stanza che conosci, spalancata e piena di giochi.
In un tempo in cui ti è dato di lasciare aperta una porta, quella con i giochi che prima o poi marciranno, e di sbirciare, almeno di sbirciare, in quella che hai chiuso a chiave.
In un momento in cui poter scrivere tutto senza che le parole sciupino la sorgente sensoriale che le genera, senza dover trascrivere le sensazioni più pure, senza dovervi rinunciare almeno in parte.

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Pier Paolo Pasolini, dopo trent’anni Pelosi ritratta Marzo 18, 2007

Archiviato in: Uncategorized — katres @ 10:16 pm

«Pelosi è imputabile? È capace di intendere e di volere?» con questi interrogativi si aprì l’arringa di Guido Calvi, difensore di parte civile dei familiari di Pier Paolo Pasolini nel processo contro Pino Pelosi. Pelosi, allora diciassettenne, dichiarò di essere l’unico autore della morte di Pasolini, avvenuta nella notte del 2 novembre 1975. Nel primo interrogatorio, Pelosi raccontò di aver accettato di salire in auto con Pasolini, di aver cenato con lui e di aver inizialmente accettato di avere rapporti sessuali in un luogo isolato nei pressi di Ostia. Secondo le sue stesse dichiarazioni, Pelosi sceso dall’auto sarebbe stato aggredito da Pasolini e per difendersi lo avrebbe colpito numerose volte fino a lasciarlo per terra. Risalito in auto per fuggire, Pelosi sarebbe passato sul corpo di Pasolini causandone l’arresto cardiaco. Condannato in primo grado per omicidio “in concorso con ignoti” dal tribunale dei minori, nella sentenza d’appello Pelosi fu riconosciuto come unico responsabile. Trent’anni dopo, in una puntata televisiva, scontata la pena, Pelosi torna a parlare dell’omicidio dello scrittore romano e cambia versione: “Non sono stato io l’assassino”. Non c’è più la lite, ci sono tre sconosciuti che compaiono nel buio dell’Idroscalo. Uno immobilizza Pelosi, gli altri due costringono lo scrittore a lasciare l’auto e lo picchiano selvaggiamente, gridandogli “sporco comunista”, “fetuso”, “pezzo di merda”. I tre minacciano Pelosi di fare male alla sua famiglia se avesse parlato, poi fuggono lasciandolo solo. Il seguito è identico. I legali e numerosi amici del regista hanno sempre sostenuto che Pelosi non era che uno strumento per eliminare un intellettuale scomodo, che non poteva aver agito da solo. Nel 2005, dopo la morte dei suoi genitori, Pelosi ha raccontato la sua verità.